Museo di Casal de' Pazzi

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Quando gli interventi di tutela e protezione del sito sono stati portati a termine, già a partire dal 2000, è stato costruito un percorso museologico finalizzato a comunicare nella maniera più idonea le complesse tematiche che il sito offriva ed offre. Oltre alla tradizionale forma di comunicazione testuale, si è scelto di utilizzare, per quanto possibile, anche la comunicazione di tipo verbale e visivo, cercando di sfruttare appieno le potenzialità delle nuove tecnologie.
Per questo, in aggiunta alle forme espositive tradizionali, sono state privilegiate forme di comunicazione più diretta di tipo visivo e/o interattivo, con l’obiettivo di far partecipare, il più possibile, il visitatore e di mantenere sempre viva la sua attenzione.
Seguendo questi principi, la visibilità del museo è stata resa attraverso due grandi pannelli, realizzati in maioliche artistiche, posti ai due lati dell’ingresso, dove sono rappresentate fedeli ricostruzioni dell'ambiente pleistocenico fig 1.
I visitatori entrano poi in un grande spazio all'aperto dove i primi pannelli introducono alle tematiche della visita fig 2 fig 3.
La storia dei ritrovamenti ed una grande “striscia del tempo” sono i contenuti preliminari alla visione del giacimento fig 4.
L’itinerario di visita prevede la vista del giacimento dall’alto di una passerella fig 5 oppure 5 b. L’illuminazione naturale evidenzia  grandi massi rosati e resti fossili: zanne lunghe fino a 4 metri, denti, vertebre. E’ il paesaggio “archeologico”, ciò che resta dopo lo scavo.
Poi, un impianto di oscuramento “sgancia” il visitatore dalla lettura oggettiva dei resti. Una voce fuori campo e luci correlate danno semplici risposte alle domande suscitate da questo paesaggio fossile, inaspettato nella fitta trama urbana che lo circonda, racchiuso da mura.
Da questo momento il visitatore viene portato ad immaginare ciò che non c’è più.
Con il sussidio di tecnologie informatiche l’alveo si riempie di acque “virtuali” fig 6 facendo comprendere, quasi fisicamente, di essere dentro il fiume. Il piano è ora quello della suggestione. Sulla grande parete collocata di fronte alla passerella appare una ricostruzione del paesaggio pleistocenico: è un breve filmato, che contiene sia sequenze in animazione che frammenti di riprese attuali fig 7. Compaiono il fiume, le piante, gli animali, tra cui l’elemento forte è la ricostruzione 3D dell’elefante antico. Di sottofondo la voce di un uomo che, duecentomila anni fa, viveva in quei luoghi e racconta il suo mondo. Il video “sfonda” la parete alternando la visione del passato (la Roma del Pleistocene con la ricostruzione dei paesaggi e dell’elefante antico) con le immagini del presente (sequenze di animali ancor oggi esistenti, pur se in habitat diversi da quelli della Roma attuale).
Dopo questa full immersion, sono previsti vari livelli di approfondimento. Nello spazio esterno coperto davanti all’ingresso alcuni pannelli “raccontano” l’evoluzione dei paesaggi e della vita nella campagna romana, a partire da quando a Roma c’era il mare (circa 3 milioni di anni fa) fino a giungere all’attualità fig 8.
Nella sala espositiva, che si affaccia con due grandi vetrate sul giacimento fig 9, sono presentati alcuni dei reperti rinvenuti. L’itinerario parte dalle tematiche ambientali per concludersi con le attività dell’uomo fig 10 e 11. Le vetrine sono corredate da disegni ricostruttivi fig 12. In questo spazio vi è anche un touch screen fig 13, dove è possibile confrontarsi con i temi offerti dall’esposizione in maniera ludica o interattiva. In questa “Pleistostation” è possibile utilizzare questionari, videogiochi, ipertesti e filmati fig 14.
Il percorso di visita prevede poi una visita all’area esterna al Museo che ripropone una ricostruzione dell'insieme floristico che poteva caratterizzare l’ambiente fluviale di circa 200.000 anni fig. 15.

Rapporti con il territorio

Sebbene il potenziale scientifico e divulgativo del Museo travalichi il luogo in cui esso, casualmente, è stato costruito, il rapporto con il territorio è un obiettivo importante e vitale. Il senso di appartenenza, che si è già creato nei cittadini, costituisce un positivo presupposto per una reciproca crescita.

- Tra i vari rapporti instaurati nel corso degli anni va ricordato il progetto “La scuola adotta un monumento”, nell’ambito del quale il vicino    “Istituto Comprensivo di Via Palombini” ha avviato da anni un fitto programma di studio.
Oltre a produrre disegni, plastici e relazioni, i ragazzi spesso effettuano visite guidate per i loro genitori e per gli abitanti del quartiere e molte attività vengono svolte con numerose altre scuole fig 16.

- Con le tante associazioni culturali presenti nel territorio vi è un legame storico che permette programmazioni comuni.

- Nei progetti allestitivi si è tentato di coinvolgere cooperative sociali, con lo scopo di offrire occasioni di lavoro o di approfondimento culturale ai detenuti (o ex) del vicino Istituto di Pena di Rebibbia ed il Museo ha partecipato al    progetto RAS (recupero ambientale e sociale), finalizzato al recupero ed al reinserimento nel mondo del lavoro di detenuti.

- Infine da tempo si è instaurata una proficua collaborazione con l’Università “La Sapienza”, e molti studenti di archeologia svolgono tirocini formativi presso il Museo, arricchendo, con il loro entusiasmo e le loro idee, le attività di valorizzazione.

- Ultima e proficua esperienza in corso, è quella del coinvolgimento di giovani laureati nell’accoglienza dei visitatori presso il Museo ed in molte altre iniziative da loro stessi proposte. Si tratta dei giovani afferenti al progetto di Servizio Civile (Garanzia Giovani) “Il Museo va in Periferia” fig. 18 e 19.

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